Gaetano Carboni e l’Arte Sacra

Leo Strozzieri

Pescara-Testo critico-inviato a Gaetano Carboni Giugno 2001

                                                                

Lo svelarsi della sacralità nell’arte è componente teoretica essenziale allo scopo di fornire un giudizio di merito sulla validità d’una ricerca di pittura o scultura. Questo da sempre, poiché l’opera d’arte in quanto tale deve significare e rappresentare l’anelito dell’uomo verso l’assoluto, quindi la forma privilegiata di smaterializzazione ed elevazione verso i valori spirituali.

Nel caso di Gaetano Carboni, indiscusso maestro dell’arte italiana del dopoguerra, il principio suindicato è  quanto mai appropriato poiché l’intero suo percorso, che vanta prestigiosi riconoscimenti (ultimo in ordine di tempo la partecipazione alla Quadriennale di Roma), si snoda su una linea ben salda di spiritualità. Tutta la sua produzione, specialmente recente (mi riferisco in modo particolare sgli stupendi cicli pittorici su Icaro, Agamennone, sui Profeti), è un inno ai valori dello spirito e quindi può definirsi in senso lato “arte sacra”. Una sacralità immanente, cioè impressa nel reale ove l’artista riesce a penetrare; successivamente questo contatto con una realtà altra che ci circonda egli riesce a trascriverla mirabilmente nelle sue tele.

Sacralità che si esplica a livello stilistico e formale attraverso un segno liricamente puro e sempre accolito di una figurazione fantastica quasi trasognata, o ancora attraverso una colorazione tenue, morbida e vellutata in grado di esaltare un accentuato discorso luministico.

Ecco, proprio la visione della luce nel pensiero e nella creazione è l’asse portante della pittura di Gaetano Carboni. La luce per il maestro ascolano è l’orma del mistero che ci circonda sempre e dovunque fino a suggerire pensieri di smarrimento esistenziale che necessitano di una presenza ultramondana che sappia dare allo spirito umano.

In definitiva quindi, parlare di arte sacra in Carboni – come già detto – equivale a ripercorrere assolutamente privilegiato per l’esplicazione della luce. Se questa è la tesi di fondo, che già giustificherebbe l’etichetta di arte sacra riguardo a questo artista, che dire di alcune opere recenti ispirate da temi strettamente biblici? Ci si riferisce qui soprattutto a tre opere ovvero ad una limpida e straordinariamente solare “Pesca miracolosa” e a due straordinarie Crocifissioni dal titolo “Ora nona” e “Tutto è compiuto”. …

Nate queste due ultime non dalla semplice lettura dei testi evangelici, ma da una diuturna e certosina meditazione sul grande evento della morte del Messia, rappresentata con una novità assoluta mai esperita nell’iconografia cristiana precedente. Infatti l’artista per la prima volta ha inteso cogliere con due opere diverse la duplice valenza dell’evento storico della crocifissione, ovvero da un lato le risonanze del dramma nella componente umana del Salvatore, e dell’altro i sentimenti nella componente divina del Cristo.

In altre parole Carboni con un processo di introspezione è entrato nell’uomo Gesù registrando pittoricamente lo stato d’animo, quindi l’angoscia mortale di chi si sentiva abbandonato da tutti, ivi compreso il Padre suo. Lo strazio è inarrivabile e l’artista è riuscito a significare con grande forza questa tenebra che sembra prevalere sulla luce.

Ma nella seconda opera Carboni concretizza a livello visivo la gioia di una scelta volontaria così sofferta come quella della morte in croce. Infatti grande è la portata salvifica di una missione compiuta per riscattare l’umanità tutta dal potere delle tenebre. In questa gioia, in questa soddisfazione per aver portato a compimento il mandato affidato dal Padre, si prefigura già l’esaltazione pasquale della Resurrezione. Altro non è la Pasqua, secondo Carboni, che l’apologia della luce in tutta la sua potenza.

Quella luce alla cui seduzione il grande maestro Carboni non aveva mai saputo resistere opera su di lui un vero e proprio sortilegio. Appare quindi evidente come egli in queste tre opere a tema sacro rimanga folgorato dalla purezza della luce riuscendo poi a trasmettere allo spettatore una suggestiva ansia di ascesi. Da notare come egli per raffigurare il Cristo abbia messo in piedi un discorso materico, perché da un lato fosse evidenziata la perfetta natura umana del Redentore e dall’altro venisse consolidato un processo di smaterializzazione grazie proprio alla componente luministica. In altre parole è proprio il candore della luce che toglie pesantezza al corpo del Redentore fruibile nelle due opere addirittura a livello tattile.

Quanto andiamo dicendo riguardo all’arte sacra di Gaetano Carboni è il risultato di una fede profonda dell’autore nei valori dello spirito, quei valori che nel passato hanno prodotto straordinarie opere che nulla hanno a che fare con la funzionalità liturgica, dal momento che si impongono solo per squisita trascendenza.

Tanti suoi colleghi pittori e scultori ai quali vengono commissionate opere di arte sacra o che spontaneamente si cimentano in questa difficile ricerca, dovrebbero avere questa convinzione alla quale da sempre di attiene Carboni, e cioè che non è possibile produrre opere di autentica arte sacra da parte di chi non si sia nutrito alle fonti della fede.

Carboni ci insegna che la fede equivale ad esaltazione del silenzio inteso come rapporto privilegiato con lo spirito, essenziale componente della sacralità dell’opera.

                             Giugno 2001