Gaetano Carboni: viaggio e vertigine dei “Profeti con le ali”

Floriano De Santi                            

           

Nei dipinti Un giardino per Icaro del 1971 di Gaetano Carboni i segni ondulati, le sinfonie policrome, i racconti cosmici paiono maturare tutti insieme, attraverso l’esprit de finesse del sentimento lirico, la radicale e definitiva uscita dall’esprit de géométrie dell’astrattismo pitagorico. È un pensiero per icone che egli conquista a partire da Presenze totemiche nel silenzio dell’infinito del 1968: è una sophia, una sapienza compositiva che soprattutto in Un giardino per Icaro, tra lo splendore luminoso del giorno e il canto tenebroso della notte, dispiega il viaggio e la vertigine verso possibili epifanie, facendo rivivere “a modo suo” le esperienze capitali di Kandinskij, di Klee, di Miró, di Balla o di Atanasio Soldati. Ma nella ricerca dell’artista ascolano il maestro europeo a cui si è sentito più vicino è senz’altro

Licini; senonché, quella che nel mirabile autore delle Amalassunte e degli Angeli ribelli è una malinconia metafisica fortificata dalla coscienza filosofica leopardiana e dalla sua lucidità aurorale, diventa nell’opera di Carboni un pathos del cosmo come inconscio, che alla regola che corregge l’emozione contrappone l’emozione che crea la regola.

Poi nel suo più recente ciclo pittorico dei Profeti con le ali seguiamo il più affascinante pellegrinaggio poetico alla scoperta del “cuore della creazione”, dell’immagine spirituale come pura analogia visibile degli eraclitei confini dell’anima, nei quali anche Platone nel Fedro scrive che gli esseri con le ali possiedono la forza “di trarre verso l’alto le cose pesanti, sollevandole fin dove la stirpe degli Dei ha la propria dimora”. I quadri di Carboni del 2014 così – da Tra stelle e infinito a Un germoglio celeste e a Tra stelle e comete – si popolano di Profeti, di Patriarchi, di Eremiti sognanti, di Guardiani delle stelle, di protagonisti lunati e di mistici con teste alate (una sorta di Doctor angelicus simbolo della “non corporeità”), di fili cabalistici e di code di comete, di mani sbocciate come fiori e di arcane costellazioni, d’impronte e di vaghe radure celesti, di grandi occhi e di profili guizzanti: apparizioni fuggitive e labili, compite nei larghi spazi luminosi ed oscuri dei suoi cieli rossi carminio, blu di Prussia, viola del pensiero e neri perla.

Aprile 2014