Lucio Del Gobbo

Lettera a Gaetano Carboni    

                                                              

In un pomeriggio affollato di incontri Gaetano Carboni mi propose, qualche tempo fa, una visita al suo studio, a poche centinaia di metri da dove ci trovavamo. Non fu possibile, perché nelle vernici delle mostre (ci incontravamo appunto in quel contesto) ci si perde in convenevoli, e facilmente si smarrisce il filo del discorso ed anche qualche proponimento. Ma fu bene così; non avrei avuto la calma e la disponibilà mecessarie. Sarei entrato nel suo studio ma non nel suo mondo, ed invadere con distrazione, o ansia, il mondo di un artista poeta è profanazione, sacrilegio! Di fatto poi non è facile dedurre dalle forme che gli artisti creano e visualizzano i pensieri e le sensazioni che le ispirano. Ci vuole tempo, e tuttavia, io credo, non si dovrebbe mai rinunciare a leggere la connessione esistente tra le opere e le motivazioni, resistenti o fuggevoli che fossero.

Oggi l’occasione è più propizia; giova a questa comprensione la possibilità che Carboni mi offre di ripercorrere in via documentale tutta la sua ricerca, sin dalle origini: l’osservazione è certamente più libera, e facilita considerazioni di fondo su una linea più agiatamente riflessiva.

Una flebile traccia narrativa, di remota provenienza, trasfigurata e distante, introduce Carboni all’invenzione artistica; gli serve a intravedere un’impalcatura entro cui far vivere personaggi già avvistati, immaginari ma emblematici, pronipoti dei vari Agamennone, Icaro, ecc.: un ambiente dove la fantasia liberamente agisce e vive. Sono drammi filtrati, quelli che s’adombrano entro tali scenari: vigilie di partenze per lidi lontani, rivendicazioni accorate, rigurgiti di insofferenze giovanili, che man mano assumono una vita più autonoma, mediata da una musicalità allegorica, fiabesca, trasfigurata sempre da un desiderio di evasione, di incontro nella quieta armonia. Sono luoghi piceni già percorsi ed esplorati da Licini, da Acruto Vitali; sono cieli scuri, bucati da astri luminosi e tremuli, dialoganti, disposti, oltre ogni distanza, alla conversazione, alla confidenza, alla rivelazione.

Ma l’impressione fondamentale è che l’immagine dipinta, disegnata e incisa serva a Carboni come strumento di riassunzione d’una visione perennemente analitica e critica della realtà. La propensione all’analisi e alla verifica di un senso spinge l’artista costantemente a una sintesi che si prospetta progressivamente astrattiva in corrispondenza del progredire dell’esigenza deduttiva. Dietro a un’apparenza di evasione fantastica e onirica vive in Carboni un bisogno di consapevolezza che definirei “esistenziale”. I capitoli della sua ricerca, sebbene svolti in sintonia dialogica con esperienze limitrofe affini nello specifico della figuratività, e dunque in un clima di corrispondenze culturali, e benché riferiti ad archetipi anche desunti dalla tradizione letteraria e poetica, nascono da questa esigenza “drammatica” di definizione e conoscenza. La continuità assoluta con cui Carboni, quasi incurante di un riscontro critico e di recepimento, si adopera a tale ricerca, è prova stessa, e misura, del grado di necessità che la sollecita. Questo lo porterà a dire nel ’77; “Sono più cronista del quotidiano che poeta onirico”. E l’attinenza “autobiografica” dell’espressione sembra dimostrarsi costantemente superata da un’istanza di oggettività; la visione è gestita secondo l’etica che domina in un laboratorio di analisi ove si deduce solo sperimentando.

La trafila dei capitoli e delle fasi di tutta la vicenda di ricerca di Carboni è ormai ben nota e definita in senso critico e storiografico, ma l’esistere di una sequenza e di una scansione in capitoli non scalfisce un’impressione generale di unitarietà derivante proprio dalla consistenza motivazionale. L’analisi che Carboni conduce non è solo psicologica o sociologica ma esistenziale anche sul versante religioso e spirituale: Icaro, Agamennone, i “Poeti” degli anni Sessanta, gli attuali “Profeti del 2000” sono personificazioni di un’ansia che Carboni avverte in tal senso.

Direi che nelle forme più recenti la geometria interviene a formalizzare anche un richiamo di oggettività, a semplificare ulteriormente, a sfoltire ed essenzializzare la verifica.

Una forza di Carboni è proprio questa, di saper privatizzare il suo impegno, l’aspetto drammatico di esso, facendone trapelare ancora il gusto che egli prova nell’arte, il divertimento e il fascino di una ricerca mai povera d’inventiva nel mondo allettante dei colori, delle forme, delle materie. Un’ansia non esternata come tale, ma vissuta con levità e poesia                          

           Maggio 2001