Goffredo Binni

Macerata-Testo critico Da catalogo “Pinacoteca Comunale”  

 

                                                            

… Carboni ci parla di Icaro, ma quella che certamente è stata ed è ancora la più bella favola dell’antichità, che ha fatto sognare uomini e generazioni su generazioni, non è forse ancora la favola di tutti noi?

Quella libertà mai assolutamente espressa, quel sognare gli aquiloni, quel desiderio inconscio e al contempo quella paura del volo – cosa innaturale riservata agli uccelli e forse agli angeli – quella libertà ripetiamolo che Carboni ama e a cui anela… ma allora quella mano, quel sottile filo, quel trapezio volante su cui si poggia la figura, quelle costruzioni perilliane, quelle teste che si staccano da un corpo che è nello spazio come una Amalassunta di Licini, ma che al corpo sovente sono legate da un esile lembo di pelle?

Una libertà che non è totale come non poteva essere totale il volo di Icaro; troppo esile e molle la cera per non essere distrutta dai raggi del sole cocente, troppo lontano il volo di Icaro, troppo assolutamente incerta la libertà. Solo il “sogno” può essere vero; e queste opere dettano proprio queste cose; un sogno è sempre vero anche quando è finito, resta per l’eternità; come una immagine inventata dalla mente, libera perché nemmeno un dittatore potrà censurarla per oscena o ricca di vilipendio che sia…

                                                                     Settembre 1984