Floriano De Santi

Torino – Testo critico da Catalogo Galleria “Il Punto”                             

A tutt’oggi può stupire che, con tanti happening di immagini eidetiche a disposizione dei mass-media, quali la televisione (“environment sinestetico”), la radio (“visualizzazione auditiva”), la stampa (“langue radiante”) ecc., possano esistere artisti ormai maturi e di sicura personalità la cui fama resti relegata nel giro di quelle poche persone che sono i cosiddetti “specialisti”. Segnalati a tempo e forse mai studiati a fondo dalla critica moderna, il loro nome non è arrivato all’orecchio della gente comune. Il pittore ascolano Gaetano Carboni è nel numero di questi artisti rimasti nell’ombra.  Eppure, ripeto, già dal 1955 ebbe dalla “Biennale” di S. Benedetto del Tronto un valido riconoscimento; nel 1960 fu tra i pittori della “nuova generazione marchigiana” che meglio si  distinse per verve fantastique, carica di idee e di immagini, nel famoso “Premio Marche”. C’erano in lui un impulso, un’energia lirica, un controllo razionale di suggestioni oniriche che domandavano qualcosa di diverso dal puro esercizio di “archipittura”. Ma non si pensi, oggi a Carboni, come a un pittore che porti alle ultime conseguenze gli stanchi residui della sua poetica. Al contrario, egli è l’artista che, proprio in questi anni, ha portato all’estremo significato lirico, magari orlato d’una ambigua bruciatura surrealista, quel mondo che Tanguy e Joseph Sima avevano reso favoloso: “un immaginario magico, in un certo senso epifanico, di temporalità fenomenologia”…

Ottobre 1969