Carlo Melloni
Ascoli Piceno-Testo critico Rivista trimestrale “Contemporart”
Cacciatore di aquiloni ante litteram, Gaetano Carboni, pittore di lungo corso (classe 1928), dopo molteplici esperienze (dal realismo popolare all’espressionismo al surrealismo alla pittura di denuncia) consumate nel corso di oltre mezzo secolo, approda sullo scorcio del 2000 a un parnassianesimo pittorico animato da figure antropomorfiche depositate su soppalchi astrali, che l’artista definisce Poeti o Profeti.
Archetipi di una iconografia che scaturisce da una crisi interiore dell’artista (di cui parleremo più oltre), ma prima ancora la sua ricerca si era mossa attorno ad un figura ingigantita dal mito, quella di Agamennone, nel quale Carboni ravvisa l’identikit dell’uomo contemporaneo eccellente, di colui che detiene il potere in modo carismatico, ma nello stesso tempo mostra la fragilità della sua umanità.
L’itinerario di questo artista, se guardiamo i suoi cicli pittorici, è caratterizzato da una forte incidenza emozionale, che si traduce spesso in una presa di possesso di realtà esistenziali dalle quali traspaiono inequivocabili i traumi della condizione umana, ma che la sua istintiva filantropia trasforma in immagini sulle quali alita un’aura poetica, influenzata talora da letture facilmente identificabili. E’ il caso della serie di dipinti dei primi anni ’80, intitolati Aquiloni ispirati ai versi pascoliani de “L’aquilone”: C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole/ anzi d’antico….un’aria celestina/ che regga molte bianche ali sospese…/ sì, gli aquiloni!….ognuno manda da una balza/ la sua cometa per il ciel turchino.
Nella realtà, gli “aquiloni” dipinti da Carboni sono corpi ignudi di donne anoressiche dai volti a guisa di maschere umanizzate oppure simili a fasi di luna piena: corpi e volti librati in aria, appesi a fili manovrati da mani misteriose. Nel ciclo pittorico precedente erano Falene,gli stessi corpi ma privi di volti, esseri non identificabili, rottami umani alla deriva. L’arista stesso si domanda: “è la fine dell’uomo?”. Raccattando simulacri umani, Carboni è come il cacciatore di aquiloni di Khaled Hosseini, che raccoglie quelli abbattuti a terra dai fili taglienti degli altri aquiloni, che veleggiano in cielo fieri della loro spocchiosa supremazia..
Più avanti, e siamo all’oggi, la crisi interiore (mistica?) di cui si è accennato all’inizio di questo scritto esplode in modo icastico, perché gli aquiloni diventano comete e i personaggi che le governano sono ben visibili e delineati. Personaggi paludati che indossano la mitra, copricapo allungato e bicuspidale, che è prerogativa dei nocchieri della Chiesa, anche se l’artista li definisce Profeti. Ma egli stesso chiarisce ogni dubbio: “La lettura dei libri evangelici e di altri testi fideistici mi ha permesso una conoscenza più approfondita della sacralità attuale e mi ha aperto nuovi orizzonti nelle varie fasi della ricerca onirico-epifanica…”. Il sacro, dunque, entra a vele spiegate nell’opera di questo artista, da sempre tormentato da dubbi, dal nomadismo iconografico, dalla contaminazione tra passato e presente, dall’impulso costante a inviare messaggi al riguardante, il tutto, peraltro, controllato da un modus operandi radicato in una sapienza tecnica indiscutibile.
Già nella serie Agamennone, per dare alla composizione un senso di lievitazione, Carboni colmava parti del traliccio geometrico di base con un fitto tratteggio, o lineare o svirgolato. Qui, la tavola pittorica si richiama più direttamente al divisionismo storico, ma con una maggiore parcellizzazione del colore, che viene distribuito all’interno di un tessuto di minuscoli punti, ora più fitti ora più radi, con effetti luministici e cromatici che evidenziano il plasticismo dell’immagine, con il voluto effetto di ierofania. Se, però, si va nel profondo di questa imagerie all’apparenza d’impronta ieratica, si scopre che a dispetto della sua conversione mistica di cui s’è detto, il linguaggio pittorico di Carboni non pesca soltanto nel sacro, ma va anche nel profano o, se si vuole, in quella sorta di illuminismo avveduto, che identifica l’etica con l’estetica e che è retaggio di una querelle mai sopita. Infatti, qui la linea di continuità tra l’Agamennone del ciclo precedente e questi profeti/dottori della patristica non s’interrompe. A motivo, anche di una rilettura in chiave cosmogonica della fenomenologia istoriata dall’artista, per effetto della quale la cometa non è più l’aquilone ludico/masochistico del cielo pittorico sopra ricordato, bensì l’estrusione di un postulato scientifico. La verità metafisica procede in simbiosi con un tracciato naturalistico – una delle matrici espressive spesso privilegiate da Carboni – in tal modo frenando la volontà di inneggiare al miracolo per dare spazio a una verità “altra”, quella, appunto, della cultura non soltanto umanistica, che l’artista ci mostra paludata in immagini esoteriche, che sviano la nostra percezione. I cieli intensamente stellati, i brani di paesaggio, in prevalenza urbani, inseriti nella composizione, la formulazione iconica dei personaggi, frutto sovente di un assemblaggio di coni, triangoli, mezzelune (non è gratuito il richiamo a Il viaggio della luna di Fausto Melotti), il tutto lontanissimo dal kitsch delle immaginette di Epinal, non depongono certamente a favore di una propensione devozionale da parte di un artista che nel suo curriculum annovera cicli di pittura nella quale una fibrillante fantasia dai toni sensoriali sovracuti (pictura ut poiesis) genera immagini in bilico tra il trascendente e l’immanente, Carboni rivendica a pieno titolo la libertà dell’artista di percorrere tutte le strade possibili, comprese quelle che egli pratica, popolate di dubbi e di enigmi.
Giugno 2008

