
III. Nella molteplicità dell’esperienza
Se davvero è tanto urgente cercare modelli (in passato l’hanno fatto, con finezza ermeneutica, Marco Valsecchi, Umbro Apollonio, Luigi Carluccio, Enrico Crispolti, Elda Fezzi, Aldo Passoni e Carlo Melloni), la linea da percorrere è quella che può procedere da Balla a Prampolini e a Licini: non tanto nella direzione spiritualistica che può variamente allinearli,
quanto per quell’approssimazione minuziosa che ricompone la molteplicità dell’esperienza nella funzionalità di una caratterizzazione staccata dalla matrice fenomenologicamente reperibile, e quindi tanto più concreta nella capacità d’indicare, di contemplare un’epifania cosmica.
Quello di Carboni è un angolo visuale particolare, la molla d’avvio è dimostrare – per dirla con Licini – “che la geometria può diventare sentimento”.
Basta esaminare tele e tavolette quali Poeta del 1968, Sorgere del sole del 1970, Arriva la primavera del 1973, Presenze 2 del 1989 e Giardino delle stelle del 2006, per rendersi conto che in questa pittura non rigorosamente bidimensionale
agisce un preciso senso e una nitida dimensione spaziale, una puntuale coordinazione prospettica, quasi da théatron. In queste opere di Carboni la spazialità è nel colore, nelle temperature fredde e calde, che stanno a misurare una distanza dai fuochi di un nucleo compositivo unitario che non può andare sparso in mille rivoli, ma trattenuto e fermato.
È una spazialità che ci determina senza interferenze d’impostazione statica, immutabile, quanto per un gioco di pesi di physis, di natura qualitativa in posizione eccentrica rispetto all’equilibrio formale della costruzione visiva.
Sicché, il discorso di Carboni mira a un codice linguistico, a una struttura figurativa: ma non come – direbbe Roland Barthes in L’empire des signes – portatori di significati, bensì come significanti. La varietà è l’avvenimento posteriore,
quando si passa al consumo della fantasia, anzi di una surrealtà e l’inconscio ne diventa la scala rivelatrice.
Il geniale sognatore di Cometa aquilone del 2005 e di Guardiani delle stelle del 2008 mette in rilievo un preciso rapporto fra la variazione dell’immaginazione e il nucleo o il tema, e su questo rapporto tesse la modulazione segnica e cromatica. In tal modo il discorso sui segni serve a segnalare il movimento che ne fissa la manifestazione mentre brucia o si occulta la stessa materia che la compone: un tentativo d’individuare la dialettica tra questo bruciarsi e quel manifestarsi, l’immagine di un movimento nell’inerzia degli infiniti punti di riferimento.
